Quando il sole ce l’hai dentro… (che importa se fuori piove?)

Ora che potremmo (2 emme!) uscire, diluvia, è umido ed è tornato il freddo. Uffa!

Due sono gli approcci a questa fase 3.2?[è la 3.1, la 3.2 o la 3.3 …? …Conte, ho perso il Conto(e)!]

Forse possiamo cercare di ricominciare a vivere. La normalità della “nostra vita come ce la ricordiamo”, è ancora lontana. Ma numerosi segnali di speranza ci permettono di guardare al futuro con una luce di ragionato ottimismo, condito con un’adeguata dose di buon senso, come non si faceva ormai da quasi quattro mesi. E non è poco. MA…

Ma… ci sono tanti “però”.
Innanzitutto, giugno, il mese che più adoro (è il “mio mese”) ci regala luce fino alle dieci di sera, (rovinato quest’anno da pioggia ancora pioggia, nebbia agli irti colli, temperature in ribasso, fino a quasi tutta la settimana prossima, ma pazienza)…

“2020 : da un’idea di Stephen King” (cit.)
Ce ne faremo una ragione. C’è di peggio, suvvia!
Ma giugno che è rinascita, inizio della stagione più bella, è spensieratezza e gioia, aiuta a rifiorire. Anche col meteo avverso.

Quindi… passo dopo passo, chi più chi meno, lo vedo, lo leggo, si ricomincia a vivere, ad uscire, con tutte le cautele necessarie: C’è chi è rientrato al lavoro, riprendendo la vita d’ufficio, mascherato e distanziato, chi in cantiere, e c’è chi ha riaperto i locali, con le mille cautele e regola che questa nuova fase della vita richiede.
Una parvenza di ritorno a …carnevale! La nostra vita “normale” a.c. (= Minuscolo, avanti Covid) si è fermata là.
Confesso, la mia testa è un po’ come se si fosse al 25 febbraio, alla sfilata del sabato grasso, ultimo giorno spensierato pre-pandemia. Se guardo ai manifesti affissi, gli ultimi, ormai logorati da pioggia ed intemperie, pubblicizzano sfilate e veglioni di Carnevale. Ad essi, gran brutto segnale, si sono aggiunte solo alcune pubblicità di “Compro oro”.
Da allora in poi, chiusi in casa.
Bello, sì, ma alla lunga complicato.
Leggendo qua e là, ho scoperto di non essere la sola a soffrire della cosiddetta “sindrome della capanna”. Già chiamarla “sindrome” dà l’idea di una nuova patologia clinica, e siccome in questo 2020 credo che di patologie ne abbiamo tutti abbastanza, preferisco chiamarla “attaccamento alla capanna” o “riscoperta della capanna”.

Questo tempo sospeso ci ha dato la possibilità – per i fortunati come me che hanno potuto fruire dello smartworking per il 100% del tempo – di riscoprire le quattro pareti domestiche, luogo di vita, lavoro, incontro, fatiche, mestieri, …comunque un luogo in cui rifugiarsi come in un porto sicuro, una sorta di cuccia che ci ha riparato dai monsoni pandemici che spiravano là fuori. Pur continuando a lavorare, in giorni che si succedevano uguali ai giorni, in cui nemmeno la messa domenicale aiutava a cadenzare la monotonia di un tempo sospeso e sconosciuto… sono passati più di cento giorni.
E, come in una sacca amniotica protettiva, non solo ci si è abituati a vivere bene e a trarre il meglio dalla situazione nel confinarsi nella capanna, ma si è giunti al punto che non si abbia ancora (più?) voglia o forza di uscire e sfidare la sorte e (ri)nascere, andare “là fuori” a vedere cosa succederà dopo il (ri)taglio di questo cordone ombelicale, costruito su sicurezze o presunte tali, quando dovremo lasciare questa placenta a forma di microabitudini che ci siamo costruiti mò di fortezza.
La riscoperta della capanna, di fatto, ha regalato tantissimo tempo (ai più) condiviso stretto stretto coi congiunti (più o meno cari) e ha favorito il ritorno alle piccole gioie e alle cose più semplici, dalla manualità dei lavoretti, alla panificazione, dalla produzione compulsiva di dolci al decluttering selvaggio:
ecco, sotto questo punto di vista, un tempo regalato.

Ma anche in questo caso, il troppo… “è troppo”!
Prima o poi, bisognerà rimboccarsi le maniche, riprendere in mano vita, tempi e attività, e si dovrà ricominciare a pianificare, a viaggiare, ad uscire, a mangiare una pizza. Dovremo re-imparare a farlo, anche per noi stessi.
Se restiamo senza sogni, senza speranze e senza obiettivi per il futuro…. Ci svuotiamo della nostra essenza.
E allora, riprendiamo le liste di cose-da-fare (fattibili!), lasciate nell’angolo polveroso dello scaffale, riapriamo i cassetti pieni di sogni. E anche se Giove Pluvio sembra essersi messo d’impegno nel rovinare mezzo mese con pioggia e umidità, scaviamo a fondo per ritrovare il “sole dentro”: è ora, sì, di uscire ripensare ad un nuovo futuro.
Diverso sicuro.
Siamo chiamati in questo momento storico, a (ri)provare a ricostruirlo. Con le reni fiaccate, con lo spirito ammaccato, con l’entusiasmo appannato da questa esperienza.
È ora di “guardar fuori” ed uscire dal guscio.


È una nuova Pasqua, la prima di quest’anno, probabilmente. L’altra è passata troppo “sotto-tono”.
Altrimenti il rischio è che da capanna, la tana diventi un rifugio-prigione.

L’approccio a questo momento, ed il conseguente comportamento, com’era prevedibile, però, è diviso due. Da una parte chi, appunto, ha gli strascichi della sindrome della capanna, e c’è invece ignora qualsiasi regola o distanziamento.
E poi ci sono tutte le sfumature di approcci nel mezzo.
Spesso derivano dalla posizione geografica, ma anche dall’empatia. Da Lombarda, capisco, in fondo, chi in Basilicata (un esempio a caso, beati loro, regione che adoro!), non sia stato colpito da vicino e non abbia contagi nei dintorni da settimane, e viva come un’enorme costrizione il distanziamento o le limitazioni e le regole post lock-down.


Il comportamento poi, (siamo esseri razionali?) dipende anche dalla predisposizione personale o dal livello di empatia che ci contraddistingue. Ci sono sempre i negazionisti che dopo oltre trentamila morti continuano a sostenere che sia stato tutto un complotto e che i numeri della pandemia siano stati gonfiati. Io resto del parere che invece il buon senso sia sempre un’arma vincente. Da sfoderare in ogni occasione, anche questa.
C’è chi se ne frega, (delle cautele) e non è “La Strega” di Vasco, purtroppo: ecco questi, loro malgrado, a breve, diventeranno oggetto statistico di test sugli effetti degli assembramenti di massa di questa prima metà del mese.
Non sono un virologo né un medico, quindi spero solo (e quindi mi baso sulla MIA personale speranza) che possa aver ragione il medico del San Raffaele che qualche giorno fa ha dichiarato qualcosa di simile a “Il virus clinicamente non esiste più”. Che fra i meandri della spiegazione -che ha fatto tanto scalpore,- in fondo, sottolineava che comunque non bisogna abbassare la guardia.
Forse è ancora presto per la spensieratezza, per pensare alle vacanze ed alla libertà, così come ce le ricordiamo. Ma guardiamo avanti.

Guardare avanti o guardare indietro?


In primis, il mio pensiero va a chi è riuscito a riaprire da poco: piccoli negozi, barbieri, parrucchieri,… se non hanno decuplicato i prezzi (causa costi folli per la riapertura) direi, se ce la facciamo (se ce la facciamo!) sosteniamo questi! La nostra microeconomia e forse anche la nostra dignità ne hanno tanto bisogno.

Ma prima di tutti, credo vadano ricordati quelli che non riapriranno.
Non riapriranno MAI PIÙ.

Difficile decidere con lucidità in questo momento come comportarsi, ma tutti suggeriscono una speranzosa cautela, consapevoli che “non sia ancora finita”: i numeri sembrano confortanti, pandemia in “discesa” ma soprattutto qui in Lombardia, direi “ocio fieuoo…”
Sono ancora troppo vicine e troppo fresche le immagini strazianti da Bergamo e dintorni (e non solo), da una parte; dall’altra, anche le code ai monti di Pietà, purtroppo, sono da tenere in grande considerazione. Perché la pandemia sì, è stata una tragedia drammatica per milioni di persone. Per la salute e per la sopravvivenza. Ma anche la povertà e la crisi che viviamo e vivremo saranno purtroppo memorabili.
Raccapriccianti, allora, le immagini di quegli insensati cortei senza distanziamento e mascherina e degli assembramenti per le vie e sulle spiagge in “tempi di cautela”. Una sfida e una mancanza di rispetto per tutti coloro che hanno sofferto (e stanno soffrendo ancora: per alcuni non è finita). In medio stat virtus, i latini avevano ragione!

Ma, per quanto possibile…, pronti, via! Ricominciamo almeno a sognare.
E se fuori non splende il sole, recuperiamo il raggio di sole che tutti, (piccolo piccolo, ce l’abbiamo tutti), abbiamo dentro.

PS: Sono stata latitante, non solo sul blog (causa lavoro, lavoro, troppo lavoro casini di lavoro e una certificazione di lavoro: ho latitato ovunque! … riducendo il sonno quasi a zero…) è proprio ora di uscire dal guscio!

Il sole dentro | Sprea Fotografia

Pubblicato da stefypedra73

Effervescente, eclettica, multitasking.. un concentrato di energia e di gioia, sorrisi come arma ... imprevedibile e curiosa. Amo leggere, viaggiare, cantare, suonare, il teatro, l'arte e ... sono mamma, e lavoro come IngegnerA (e Giornalista)

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